A prima vista

Storia scritta da Giovanna

 

P.S. è una storia nuovissima e non c’è nessun riferimento a Dawson’s Creek, ma siccome adoro Katie e Josh ho deciso di utilizzare loro.

 

Katie interpreta Isabella

Josh interpreta Evan

 

Capitolo 1

Io e mia madre viaggiavamo verso l’aeroporto con i finiestrini dell’auto abbassati. A Los Angeles c’erano 32 gradi, il cielo era terso, blu e perfetto. Indossavo la mia camicia preferita, senza maniche; la indossavo come un gesto d’addio. Il mio bagaglio a mano era una giacca a vento.

Stavo andando a NewYork e proprio da NewYork, mia madre fuggì, portandomi via con se quando avevo appena pochi mesi. Fu in quella città che mi obbligarono a passare un mese di vacanza, ogni estate, fino all’età di quattordici anni. A quel punto riuscii finalmente ad oppormi; nelle tre estati precedenti era stato mio padre, Ker, a trascorrere con me due settimane in California.

E a NewYork stavo andando in esilio, una decisione che avevo preso volontariamente e con grande disgusto. Detestavo NewYork. Amavo LosAngeles. Amavo il suo sole ed il caldo soffocante.

 

“Isabella” mi ripetè mia madre un’ultima volta, forse la millesima, mentre salivo sull’aereo, “non sei obbligata”.

 

Mia madre mi somiglia, a parte i capelli corti e le rughe. Mentre fissavo i suoi occhi grandi, da bambina, mi prese il panico. Come potevo abbandonare mia madre, così tenera, sventata, imprevedibile e costringerla ad arrangiarsi da sé? Certo, adesso c’era Rupert che significava bollette pagate, frigo pieno, benzina nel serbatoio e qualcuno a cui chiedere aiuto se si fosse persa eppure….

 

“Ci voglio andare”, mentìì. Non ero mai stata brava a dire bugie, ma avevo ripetuto quella frase talmente spesso che ormai mi suonava quasi convincente.

 

“Salutami Ker”

“Certo”

“Ci vediamo presto”, insistette. “Puoi tornare quando vuoi e se hai bisogno di me, vengo a prenderti”.

 

Ma capivo dal suo sguardo che dietro quella promessa c’era un grande sacrificio.

 

“Non preoccuparti per me”, tagliai corto. “Andrà benone. Ti voglio bene mamma”

 

Mi abbracciò stretta per un minuto, poi salìì sull’aereo e lei non c’era più.

 

Non mi disturbava volare, era il viaggio in auto con Ker, invece, a preoccuparmi un po’. Ker si era comportato davvero bene dal primo all’ultimo istante in quella faccenda. Sembrava fargli sinceramente piacere che, per la prima volta, andassi a vivere da lui con l’intenzione di rimanerci per un po’. Mi aveva già iscritta nella migliore scuola della città e sicuramente mi avrebbe messo a disposizione uno dei suoi autisti a tempo pieno.

Ma ero sicura che tra di noi ci sarebbe stato dell’imbarazzo. Nessuno dei due  era quel che si dice un tipo logorroico, e comunque non riuscivo ad immaginare di cosa avremmo potuto parlare. Sapevo che per lui la mia decisione era tutto tranne che comprensibile: come mia madre prima di me, non avevo mai nascosto che NewYork mi ripugnava.

Quando atterrai a NewYork pioveva. Lo interpretai come un presagio. Ker mi aspettava seduto nella sua limousine. Per i Newyorkesi, Ker è il loro bravo sindaco.

 

Ker mi accolse stringendomi goffamente con un braccio quando, inciampando, scesi dall’aereo.

 

“E’ un piacere rivederti Isabella”, mi disse sorridendo, mentre mi afferrava automaticamente, per non lasciarmi cadere. “Non sei cambiata molto. Serena come sta?”

 

“Mamma sta bene. E’ bello rivederti papà”. In sua presenza non avevo il permesso di chiamarlo Ker.

 

Non avevo molte valige. La maggiorparte dei vestiti li avevo lasciati a LosAngeles.

 

“Ti ho comprato una macchina nuova, tesoro”, mi disse all’improvviso ed io dovetti ricredermi immediatamente sui cattivi pensieri fatti in aereo circa i suoi autisti a tempo pieno.

 

“Non ce n’era bisogno papà. Mi sarei comprata una macchina con i miei soldi”.

 

“Non mi interessa. Voglio che qui, tu sia felice”.

Quando pronunciò queste parole aveva gli occhi fissi sulla strada. Ker non era mai stato a suo agio nell’esprimere i propri sentimenti ad alta voce. Quel tratto l’ho ereditato da lui, perciò anch’io guardavo dritto di fronte a me, quando gli risposi.

 

“E’ un bellissimo pensiero papà. Grazie”. Inutile aggiungere che la possibilità di essere felice a NewYork mi sembrava irrealizzabile e non c’era bisogno che lui compatisse le mie sofferenze.

 

“Bè….perciò benvenuta”, farfugliò, confuso dai miei ringraziamenti.

Scambiammo qualche veloce commento sul tempo e sulla pioggia e la conversazione, più o meno, finì. Guardavamo in silenzio fuori dai finestrini, mentre l’autista della limousine ci accompagnava a velocità sotenuta, a casa.

 

Alla fine giungemmo a casa di Ker, ma quello che vidi non lo definirei semplicemente una casa, ma più che altro un attico nel pieno centro di NewYork.

Con un solo viaggio, il maggiordomo, riuscì a portare tutte le mie cose in camera. La mia stanza era quella ad ovest e dava su Central Park. La camera era bellissima. Il pavimento di legno chiaro, le pareti azzurro cielo e le tende di pizzo alle grandi finestre. Avevo anche una bellissima scrivania e su di essa campeggiava uno degli ultimi modelli di pc con tanto di collegamento veloce ad internet. Questo faceva parte delle condizioni poste da mia madre, perché potessimo restare in contatto più facilmente.  Una delle qualità migliori di Ker è che si fa gli affari suoi. Lasciò che disfacessi le valige da sola, impresa che per mia madre sarebbe stata impossibile. Era bello stare per conto mio, senza essere obbligata a sorridere e a mostrarmi contenta. Era un sollievo starmene a guardare avvilita la pioggia fitta fuori dalla finestra e lasciare cadere solo poche lacrime. Non ero dell’umore giusto per una vera crisi di pianto. Quella me la sarei conservata per l’ora di andare a dormire, al pensiero di ciò che mi attendeva il mattino dopo.

La scuola superiore scelta da mio padre, era una delle più esclusive di NewYork ed io sarei stata la figlia del Sindaco che viene dalla città del sole.

Ciò sarebbe stato un vantaggio, se solo avessi avuto davvero l’aria di una ragazza di Los Angeles. Purtroppo fisicamente non rientro in nessuna categoria. Dovrei essere abbronzata, bionda e sportiva, tutte cose automatiche per chi vive nella valle del sole. Invece, malgrado le eterne giornate al sole, la mia pelle era color avorio, senza nemmeno un paio di occhi blu o una chioma di capelli biondi a giustificarmi. Sono sempre stata smilza e di certo non atletica al punto di intraprendere qualsiasi sport conosciuto.

Osservando il mio pallido riflesso nello specchio, fui costretta ad ammettere che mi stavo prendendo in giro da sola. Non sarei mai stata capace di inseririmi e non era colpa del mio aspetto. Non ero capace di entrare in sintonia con le persone della mia età. Forse dovrei dire che non sapevo entrare in sintonia con le persone. Punto. Non riuscivo a vivere nemmeno in perfetta armonia con mia madre, la persona che sentivo assolutamente più vicina, quasi non parlassimo la stessa lingua. Ogni tanto mi chiedevo se i miei occhi e quelli del resto del mondo vedessero le stesse cose. Forse il mio cervello era difettoso. Ma la causa non mi importava, l’effetto si ed il giorno dopo sarebbe stato soltanto l’inizio.

 

Capitolo 2

 

La mattina dopo la colazione con Ker fu tranquilla. Lui mi augurò buona fortuna per il mio primo giorno di scuola. Io lo ringraziai, ma sapevo già di non avere speranze. La fortuna, di solito, mi stava alla larga. Ker uscì per primo per andare al suo quartier generale che per lui era una moglie ed una famiglia. Rimasta sola detti uno sguardo sommario a quell’enorme appartamento che da oggi sarebbe stata la mia casa.

Sopra il grande caminetto al centro del salotto, c’era una fila di fotografie. Per prima un’immagine del matrimonio di Ker e mia madre a Los Angeles, poi una di noi tre scattata da un’ infermiera volenterosa subito dopo la mia nascita ed infine una processione di mie foto scolastiche, un anno dopo l’altro. Quelle erano davvero imbarazzanti, dovevo convincere Ker a spostarle altrove, almeno finchè avessimo vissuto assieme.

Non volevo arrivare troppo in anticipo a scuola, ma non ce la facevo a restare ancora in casa. Indossai il giubbotto ed uscii sotto la pioggia. Nonostante le mie preghiere, Ker aveva insistito a mettermi a disposizione il suo autista, visto che era il mio primo giorno a NewYork.

Arrivai a scuola prestissimo e a vederla non avrei mai detto che fosse una scuola. Sembrava una raccolta di case tutte uguali di mattone rosso scuro, estremamente eleganti e raffinate. La vegetazione era talmente fitta che non riuscii a farmi subito un’idea di quanto fosse grande il complesso, ma ero sicura di una cosa. Lì dentro dovevano tenerci parecchio alla privacy degli studenti.

Scesi dall’auto e dopo aver salutato l’autista entrai attaversando il grande cancello e mi diressi immediatamente verso la segreteria.

L’ufficio era enorme: c’erano quadri antichi appesi alle pareti, una moquette degna di una galleria d’arte e un pesante orologio appeso al muro.

La stanza era divisa in due da un lungo bancone disseminato di cestini pieni di moduli e volantini. Dietro il bancone c’erano tre scrivanie, una delle quali era occupata da una donna imponente, occhialuta e rossa di capelli. Indossava una maglietta viola che mi fece sentire immediatamente troppo coperta. La donna dai capelli rossi alzò lo sguardo. “Posso esserti utile?”

 

“Sono Isabella Swan”, la informai, e immediatamente vidi i suoi occhi accendersi. Mi aspettava, mi aspettavano tutti e senza dubbio ero stata già al centro dei loro pettegolezzi. La figlia dell’ex moglie fuggitiva del Sindaco, che finalmente torna a casa.

“Certo”, disse. Rovistò con la mano in una pila di moduli molto precaria, finchè ne estrasse quello che stava cercando. “Qui c’è il tuo orario, assieme a una pianta della scuola”. Sisemò sul banco parecchi fogli e me li mostrò.

Mi indicò sulla pianta le aule delle mie lezioni ed il percorso migliore per raggiungerle, poi mi diede un moduloda far controfirmare ad ognuno dei mie professori e da riportare in segreteria a fine giornata. Mi sorrise e, come Ker, mi augurò di trovarmi bene nella nuova scuola. Le rivolsi il sorriso più convincente che potessi.

Uscita dalla segreteria osservai bene la mappa, cercando di memorizzarla, così magari non avrei dovuto camminare tutto il giorno con la cartina sotto il naso. La ficcai nello zaino che tenevo in spalla e feci un altro respiro, profondissimo. Posso farcela, dissi mentendo a me stessa senza troppa convinzione. Non mordono mica.

Giunta alla mensa, l’edificio numero 3 non era difficile da individuare. Più mi avvicinavo alla porta, più sentivo il mio respiro avvicinarsi all’iperventilazione. Cercai di trattenerlo, e seguendo due impermeabili unisex, varcai l’entrata. L’aula era abbastanza piccola. Portai il mio modulo al professore , un uomo alto e calvo, che secondo la targhetta sulla cattedra si chiamava Mr. Mason.

Quando lesse il mio cognome mi fissò con l’aria di chi casca dalle nuvole e ovviamente, io arrossii violentemente. Almeno mi fece sedere in ultima fila, senza nemmeno presentarmi alla classe e decisi di concentrarmi sulla lista di letture che avevo ricevuto dal prof. Pensai che fosse abbastanza elemnetare. Shakespeare, Bronte, Chaucer…avevo già letto tutto. Tanto bastò a tranquillizzarmi e ad annoiarmi. Chissà se mia madre avrebbe acconsentito a spedirmi i miei vecchi appunti e temi, o se l’avrebbe giudicato sleale. Accompagnata dal mormorio della voce del prof, mi persi in una serie di discussioni immaginarie con lei. Quando si diffuse il suono ronzante della campana, un ragazzo allampanato, con qualche problema cutaneo, si sporse dalla sua fila per parlarmi.

 

“Tu sei Isabella Swan, la figlia del Sindaco, vero?” Aveva l’aria del tipico cervellone impacciato e pieno di attenzione. Troppe attenzioni.

“Si sono io”

“Dov’è la tua prossima lezione?” chiese lui.

Dovetti controllare nello zaino. “Emh…, educazione civica con Jefferson, edificio 6”.

“Io sto andando al 4, se vuoi ti mostro la strada”. Troppe attenzioni, decisamente. “Mi chiamo Eric”, aggiunse.

Abbozzai un sorriso. “Grazie”.

 

Ci infilammo i giubotti ed uscimmo sotto la pioggia, che cadeva più fitta.

“C’è una bella differenza tra qui e Los Angeles, vero?” , chiese lui.

“Già”.

“Lì non piove molto, vero?

“Tre o quattro volte l’anno”

“Caspita, chissà com’è”, si chiese lui.

“Assolato”.

“Non sembri molto abbronzata”.

“Mia madre è mezzo albina”.

 

Mi squadrò con aria apprensiva ed io sospirai. A quanto pare le nuvole ed il senso dell’umorismo non andavano d’accordo.Qualche mese così ed avrei disimparato ad usare il sarcasmo.

Eric mi accompagnò fino all’ingresso dell’aula, nonostante le indicazioni fossero chiarissime.

 

“bè, buona fortuna”, disse, mentre aprivo la porta. “Magari ci vediamo a qualche altra lezione”. Sembrava speranzoso. Gli rivolsi un sorriso debole ed entrai.

Il resto della mattina trascorse più o meno allo stesso modo. Il professore di trigonometria, Mr Varner, che avrei odiato in ogni caso solo per la materia che insegnava, fu l’unico che mi presentò alla classe, costringendomi a salutare i miei compagni, impalata di fronte alla cattedra.

 

Dopo due lezioni, iniziai a riconoscere qualche volto. Una ragazza si sedette accanto a me sia durante la lezione di trigo, sia di quella di spagnolo e, a pranzo, mi accompagnò in mensa. Non ricordavo il suo nome perciò sorridevo e annuivo mentre lei ciarlava dei professori e delle lezioni. Non cercai nemmeno di seguire il discorso.

Ci sedemmo in fondo, ad un tavolo pieno di suoi amici, che mi presentò. Dimenticai i loro nomi un istante dopo averli sentiti. Eric, il ragazzo di inglese, mi salutò con la mano dall’altro lato della sala.

 

Fu in quel momento, seduta a pranzo, impegnata a conversare con sette estranei, che li vidi per la prima volta.

Erano seduti nell’angolo più lontano ed isolato della mensa. Erano in cinque. Non parlavano e non mangiavano, benchè ognuno di loro avesse di fronte a sé un vassoio pieno di cibo intatto. Non si somigliavano affatto. Dei tre ragazzi, uno era grosso come un sollevatore di pesi, i capelli biondo miele. Uno era più alto e magro, ma comunque muscoloso, capelli neri e mossi. Il terzo era smilzo, meno robusto, con i capelli castano scuro, spettinati. Sembrava molto più giovane degli altri, che avrebbero potuto essere anche studenti universitari , o addirittura insegnanti. Le ragazze erano sedute di fronte a loro. Quella più alta era statuaria. Il genere di bellezza che si vede nei cataloghi di moda. Aveva capelli dorati che le accarezzavano la schiena come un’ onda delicata. La ragazza più bassa sembrava un folletto, magrissima, dai tratti molto delicati. I suoi capelli erano neri, corti e scompigliati.

 

Eppure c’era qualcosa che li rendeva tutti somiglianti. Ognuno di loro era pallido come il gesso. Tutti avevano occhi molto scuri, a dispetto del diverso colore dei capelli, e cerchiati da ombre pesanti, violacee, simili a lividi. Quasi avessero tutti trascorso la notte senza chiudere occhio, o si stessero riprendendo da una rissa. Eppure il resto dei loro lineamenti era perfetto, dritto e spigoloso. Ma non era questo il motivo per cui non riuscivo a togliere lo sguardo. Li fissavo perché i loro volti, così differenti, così simili, erano tutti di una bellezza devastante, inumana. Erano volti che non ci si aspetterebbe mai di vedere se non, forse, sulle pagine patinate di una rivista di moda.

Mentre li osservavo, la ragazza inuta si alzò con il vassoio in mano – bibita ancora sigillata, mela senza l’ombra di un morso – e si allontanò con una falcata veloce, aggraziata, da atleta. Meravigliata da quel passo di danza, la guardai finchè, rovesciato il contenuto del vassoio nella spazzatura, sparì dalla porta secondaria ad una velocità impensabile. Il mio sguardo guizzò di nuovo sugli altri, seduti come prima.

 

“E quelli chi sono?” chiesi alla ragazza della lezione di spagnolo. Non riuscivo ancora a ricordare il suo nome.

Mentre lei alzava lo sguardo per capire di chi parlassi, lui la guardò, il più magro, il più giovane, quello con l’aria da ragazzino. Osservò la mia vicina per non più di una frazione di secondo e poi i suoi occhi scuri, lampeggiarono nei miei.

Distolse lo sguardo all’istante, ancora più in fretta di me, che avvampando dall’imbarazzo, chinai subito il capo. La ragazza fece una risatina imbarazzata e, come me, guardò verso il tavolo.

 

“Sono Evan ed Emmet Cullen, assieme a Rossana e Jasper Hale. Quella che se n’è appena andata era Alice Cullen e vivono tutti insieme al Dottor Cullen e sua moglie”, disse con un filo di voce.

 

Guardai di sottecchi quel bel ragazzo, che ora osservava il proprio vassoio e faceva a pezzi una ciambella con le dita lunghe e pallide. La sua bocca si muoveva velocissima, le labbra perfette si aprivano appena.

 

“Sono ….molto carini”, mi sforzai di minimizzare, ma non ero affatto credibile.

“Si!” disse la ragazza di spagnolo e finalmente riuscii a ricordarne il nome. Si chiamava Jessica.

“Quali sono i Cullen?”, chiesi. “Non sembrano parenti”.

“Oh..non lo sono”. Il Dottor Cullen è molto giovane. Sono tutti figli adottivi. Gli Hale sono davvero fratelli e sono entrambi in affidamento.

“E’ davvero un bel gesto…prendersi cura di tutti quei ragazzi….”

 

Durante la conversazione non potevo fare a meno di lanciare continuamente svelte occhiate al tavolo della strana famiglia. Loro continuavano a guardare il muro senza mangiare.

 

Mentre li studiavo ancora, il più giovane dei Cullen alzò lo sguardo ed incrociò il mio, e stavolta la sua espressione era evidentemente incuriosita. Mi voltai di scatto, e allora mi sembrò di notare che il ragazzo fosse stranamente sorpreso, quasi deluso.

 

“Chi è quello con i capelli castano scuro e spettinati?”, chiesi. Lo sbirciavo con la coda dell’occhio, lui continuava a fissarmi. La sua espressione era leggermente frustrata. Abbassai di nuovo lo sguardo.

 

“Si chiama Evan. E’ uno schianto, ovviamente, ma non sprecare il tuo tempo. Non esce con nessuna. A quanto pare qui non ci sono ragazze abbastanza carine per lui”, disse con aria di disprezzo. La volpe e l’uva. Chissà quando era toccato a lei essere rifiutata.

 

Mi morsi il labbro per non riderle in faccia. Poi guardai di nuovo verso il ragazzo. I suoi occhi erano rivolti altrove, ma le guance mi parvero alzarsi come se stesse ridendo anche lui.

Dopo qualche minuto, i quattro si alzarono da tavola assieme. Tutti si muovevano con una grazia che richiamava l’attenzione, anche il più grosso e muscoloso. Osservarli era fonte di turbamento. Quello che si chiamava Evan non mi guardò più.

Io rimasi seduta al tavolo e una delle mie nuove conoscenze, che con buon senso, mi ricordò il suo nome, Angela, aveva biologia con me. Ci incamminammo verso l’aula in silenzio. Anche lei era timida come me.

Quando entrammo in classe, Angela andò a sedersi a un tavolo per gli esperimenti. Aveva già un compagno. Azi, tutti i tavoli tranne uno erano occupati. Accanto al corridoio centrale riconobbi i capelli di Evan Cullen, seduto accanto all’unico posto libero. Camminando lungo le file di banchi per presentarmi al professore e fargli firmare il modulo, lo tenevo d’occhio, di sottecchi. Quando gli passai accanto, all’improvviso si irrigidì. Mi fissò ancora una volta, con la più strana delle espressioni sul volto: era ostile, furioso. Guardai subito altrove, sbalordita e rossa di vergogna.

Mi ero accorta di una cosa però. I suoi occhi erano neri. Neri come il carbone.

Il professor Banner mi firmò il modulo e mi diede un libro, senza perdersi in presentazioni. Sentivo che saremmo andati molto d’accordo. Ovviamente, non avendo scelta, mi fece sedere nell’unico posto libero, al centro dell’aula. Tenni basso lo sguardo, mentre mi accomodavo vicino a lui, ancora scossa dall’occhiata ostile di prima. Non osavo guardarlo, mentre sistemavo il mio libro sul tavolo, ma con la coda dell’occhio lo vidi cambiare posizione. Si stava allontanando da me, seduto sul bordo della sedia e voltato dall’altra parte come per evitare una tremenda puzza. Senza farmi notare, mi annusai i capelli. Profumavano di fragola, come il mio shampoo preferito. Lasciai cadere i capelli sulla mia spalla destra, a chiudere il sipario tra di noi, e cercai di prestare attenzione all’insegnante.

Purtroppo la lezione era sull’anatomia cellulare, argomento che avevo già studiato. In ogni caso presi comunque degli appunti.

Non potevo trattenermi dallo sbirciare di tanto in tanto, attraverso la ciocca di capelli, verso lo strano ragazzo che mi era seduto accanto. Non si rilassò nemmeno per un attimo e rimase rigido, sull’orlo della sedia, il più lontano possibile da me. Riuscivo a vedere il pugno chiuso appoggiato sulla gamba sinistra, i tendini in tensione sotto la pelle pallida. Non riusciva a rilassare neanche quelli. Teneva le maniche della camicia bianca arrotolate fino al gomito, e l’avambraccio che ne spuntava era sorprendentemente muscoloso. Non era affatto smilzo come mi era sembrato in precedenza. Aspettavo che quel pugno si aprisse, ma non lo fece. Restò talmente immobile che sembrava non respirasse nemmeno. Cosa c’era che non andava? Si comportava sempre così? Non poteva essere a causa mia. Non mi conosceva nemmeno. Sbirciai di nuovo verso di lui, e me ne pentii. Mi stava di nuovo squadrando, con gli occhi neri e pieni di disprezzo. Mentre mi ritraevo, stretta sulla sedia pensai a quel famoso detto: se gli sguardi potessero uccidere……

In quel momento la campana prese a suonare, io sobbalzai ed Evan Cullen si alzò dal suo posto con un movimento fluido – era molto più alto di quanto avessi immaginato – dandomi le spalle, e prima di chiunque altro era già fuori dalla classe.

Io rimasi pietrificata al mio posto, incredula, a guardarlo. Iniziai a raccogliere le mie cose lentamente, cercando di arginare la rabbia che mi aveva presa, per non mettermi a piangere.

 

“Sei tu Isabella Swan?” chiese una voce maschile.

Alazai lo sguardo e vidi un ragazzo carino con il viso da bambino, che mi sorrideva con aria amichevole.

“Si, sono io”, sorrisi.

“Io sono Mike”.

“Ciao Mike”.

“Serve aiuto per trovare la prossima lezione?”.

“Devo andare in palestra, credo di potercela fare”.

“Ci vado anche io”. Sembrava entusiasta.

 

Uscimmo dall’aula insieme. Era un chiacchierone e fu soprattutto lui a parlare, per mia fortuna. Aveva vissuto in california fino all’età di 16 anni, perciò capiva come mi sentivo, lontana dal sole. Scoprii che frequentava le lezioni di inglese ed era la persona più gradevole tra le conoscenze di quel giorno.

Però, mentre entravamo in palestra, chiese: “Scusa, ma hai accoltellato Evan Cullen con la matita, o cosa? Non l’ho mai visto comportarsi così”.

Io rimpicciolii. Così, non ero stata l’unica ad accorgermene. E a quanto pare, quello non era il solito comportamento di Evan Cullen. Decisi di fare la finta tonta.

 

“Parli del ragazzo seduto accanto a me durante biologia?”, chiesi ingenuamente.

“Si, sembrava gli fosse venuto un attacco di qualcosa”, mi disse.

“Non so, non gli ho nemmeno rivolto la parola”.

“E’ un tipo strano”. Mike continuava a ronzarmi attorno anziché dirigersi verso gli spogliatoi. “Se io fossi stato tanto fortunato da esserti seduto accanto, ti avrei rivolto la parola”.

Prima di voltarmi verso l’entratadello spogliatoio femminile, gli sorrisi. Era cortese e senza dubbio gli piacevo, ma questo non era abbastanza per far sbollire la mia rabbia.

Finalmente la campana suonò e mi trascinai verso la segreteria per restituire il modulo.

Quando, però, entrai nell’ufficio, fui sul punto di uscirne immediatamente.

Di fronte a me, alla scrivania, c’era Evan Cullen. Riconobbi di nuovo quella massa spettinata di capelli. Non sembrò accorgersi del mio ingresso. Io rimasi accanto al muro, in attesa che la segreteria si liberasse.

Stava discutendo con lei, con un tono di voce basso, seducente. Riuscii a captare l’argomento della discussione. Stava cercando di spostare biologia a un altro orario. Qualsiasi altro orario. Non potevo credere che fosse a causa mia. Doveva esserci qualche altra ragione, qualcosa successo prima che io entrassi in aula. Era impossibile che quello sconosciuto potesse odiarmi in maniera tanto improvvisa ed intensa.

La porta si riaprì e la ragazza che era entrata si allungò semplicemente verso il banco, depositò un foglio in un cestino ed uscì di nuovo. Ma Evan Cullen si irrigidì e lentamente si voltò per fulminarmi – il suo viso era di una bellezza assurda – con uno sguardo penetrante e pieno d’odio. Per un istante provai un brivido di vera paura e sulle braccia mi venne la pelle d’oca. Lo sguardo non durò che un secondo, ma mi gelò più del vento freddo di quella mattina. Evan tornò a rivolgersi alla segretaria.

 

“Non fa niente”, disse svelto, con la sua voce vellutata. “Mi rendo conto che ciò è impossibile”. Molte grazie lo stesso.” Girò i tacchi e, senza degnarmi di uno sguardo, si dileguò dalla stanza.

 

Io mi avvicinai timida al banco, pallida per una volta anziché rossa di imbarazzo e consegnai il modulo con le firme.

 

“Com’è andato il primo giorno, cara?”, chiese con aria materna.

“Bene”, mentii, a mezza voce. La donna non sembrò convinta.

 

Uscii dalla scuola e vidi l’autista di mio padre. Mi fionda all’interno dell’abitacolo e ci dirigemmo spediti a casa di Ker. Cercai, per tutto il tragitto, di non piangere.